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In ricordo di Dante Ciliani

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“Ecco Don Quijote!”: incrociato per le vie della città, con un sorriso sincero mi salutava.
Conobbi personalmente Dante Ciliani poco più di un lustro fa. Era l’ultimo giorno dell’anno, una mattina gelida, dal colore metallico: mi aveva invitato in redazione a Terni per analizzare a quattr’occhi un pezzo di cronaca che a me interessava particolarmente.
E in quell’occasione finimmo subito per parlare di tutto; io gli espressi la mia motivazione nel voler cambiare le cose.  Lui, nell’età della maturità, attraversando la stagione del disincanto, credeva possibili soltanto lievi avanzamenti, senza sconvolgimenti di un sistema ormai ossificato. L’Italia di cinque anni era già in piena regressione, Paese dal fiato sempre più corto: Dante continuava nondimeno a raccoglierne mille sfumature in un autorevole tratto di penna, non di rado ironico.
Ci rivedemmo a Perugia appena qualche mese dopo, nella mitezza della primavera: mi esaminò per il ‘patentino’‎ da pubblicista, indulgendo sulle mie sbavature.
Proseguivo frattanto a mostrarmi ingenuo sognatore: e lui non mancava di farmelo fraternamente rilevare. E se nel tempo acquisivo punti di concretezza, per lui sono restato il Don Quijote di sempre.
Oggi ripenso al fatto che Dante, di me, aveva capito ben più di quanto sapessi io stesso: infatti, con quell’appropriato appellativo, Dante ispirò un’autentica via all’esistenza, caricando di esotiche suggestioni una propensione al servizio.
E allora grazie Dante, umano fratello di questo mondo. Alla sera della vita ricorderò certi palpiti: uno di quelli cruciali, all’alba dei miei 30 anni, ebbe proprio il tuo nome.
Sentite condoglianze alla famiglia.
Andrea-Don Quijote