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Biodigestore di Foligno: opera economicamente svantaggiosa

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Torniamo oggi ad affrontare il progetto del Biodigestore di Foligno. Dopo aver parlato delle criticità ambientali e di localizzazione ed i potenziali rischi per la salute pubblica questa volta analizziamo il progetto dal punto di vista economico-finanziario. A breve tornerò sulle “anomalie procedurali” che hanno caratterizzato l’iter dell’intero progetto.

Anzitutto intendo sgomberare il campo dalla leggenda metropolitana, secondo la quale il MoVimento 5 Stelle dice di no a tutto ed è comunque sempre in disaccordo sulle scelte operate da chi governa. Su una cosa infatti siamo d’accordo con ATI3 e Vus: è imprescindibile per il comprensorio la costruzione di un impianto di trattamento per la chiusura del ciclo dei rifiuti organici (FORSU).
I punti sui quali divergono radicalmente le nostre visioni sono il tipo di impianto da realizzare, le sue dimensioni e le priorità da difendere (anzitutto la sostenibilità ambientale ed economica nell’interesse esclusivo dei cittadini).

E’ per questo che analizzando il progetto del Biodigestore di Foligno ci siamo trovati davanti a un’opera che non è solo inopportuna dal punto di vista del principio della massima precauzione nell’adottare scelte impiantistiche potenzialmente pericolose sul piano ambientale e della salute pubblica ma che è anche non conveniente dal punto di vista economico.

La prima considerazione da fare è di tipo generale: la realizzazione di un investimento complessivo da 18,6 milioni di euro è finanziariamente sostenibile solo grazie alla abnorme tariffa con la quale viene incentivata dal Governo nazionale la produzione di Biometano da FORSU. Leggiamo infatti nel Piano Economico Finanziario che Asja Ambiente Italia SpA prevede ricavare 94,1 centesimi di euro per metro cubo standard (smc) di Biometano prodotto e, se raffrontiamo questa cifra con i 71,9 centesimi/smc dell’attuale prezzo medio al consumo del gas naturale, ci rendiamo subito conto di quanto spropositato sia il divario. Insomma, in assenza di tale incentivo recuperare la componente energetica della FORSU sotto forma di Biometano non sarebbe affatto conveniente.

Una scelta politica, direte voi. Certo, diciamo noi, parimenti è una scelta politica, a nostro avviso molto più oculata e previdente, quella di rinunciare al recupero energetico e, di conseguenza, a un investimento basato esclusivamente su una incentivazione “dopata” che potrebbe in futuro essere ridotta o azzerata (ed il caso degli eco-incentivi sui grossi impianti di fotovoltaico sta lì a dimostrarlo).

La nostra idea di chiusura del ciclo punta infatti sulla realizzazione di un impianto di compostaggio aerobico di ultima generazione (come quello che nel progetto attuale è a valle del processo di digestione anaerobica) per la produzione di compost di qualità, fertilizzante naturale che verrebbe venduto nella estensa filiera agricola di eccellenza del comprensorio. Vantaggi? Un investimento globale sensibilmente inferiore, una capacità di trattamento “adeguata” alla quantità di rifiuti organici che potenzialmente potrebbero essere prodotti da ATI3 con il raggiungimento di elevate percentuali di raccolta differenziata, il perseguimento di quel principio precauzionale più volte citato e, last but not least, il fatto che potrebbe essere finanziato interamente con fondi pubblici senza dover così entrare in arzigogolate “peripezie” finanziarie.

Del resto questa era l’idea originaria, si era sempre parlato infatti di “revamping” dell’attuale impianto di compostaggio di Casone, vecchio di 30 anni, e che per un mix di imperizia, incapacità ed errori impiantistici non ha mai funzionato. Ed è per proprio all’adeguamento dell’impianto di produzione di fertilizzanti da compostaggio dei rifiuti organici provenienti da raccolta differenziata che viene destinato il cofinanziamento europeo (fondi FAS) come riportato nella Delibera di Giunta regionale 1642/2015.

E invece no, si è deciso che la chiusura del ciclo dovesse per forza passare dal recupero energetico e che per un simile investimento non c’erano risorse pubbliche disponibili e, quindi, si doveva optare per forza per la finanza di progetto coinvolgendo un operatore privato (Asja Ambiente Italia SpA), che dovendo legittimamente curare gli interessi dei propri azionisti per metterci i soldi deve avere alti margini di redditività che, in impianti del genere, arrivano solo da economie di scala conseguibili con grosse capacità di trattamento.

Et voilà ecco montato il circo attuale:

  • 40.000 ton/anno di capacità di trattamento a fronte delle appena 17.500 ton/anno di produzione del comprensorio ATI3;

  • 1,6 milioni di euro di royalties ad ATI3 dalla vendita del Biomentano fronte ai più di 45 milioni che ricaverà nello stesso periodo Asja o, che è lo stesso, 3,3 cents al metro cubo fronte a 94,1 cents/smc (quasi 29 volte di meno!);

  • Una franchigia sul materiale non compostabile (M.N.C.) eccedente il 15% della FOU conferita e inferiore al 25% che, fintanto che non si arriva all’elevazione della qualità della raccolta differenziata, comporterà inevitabilmente sovraccosti per il suo smaltimento;

  • Una indennità per danno ambientale al Comune di Foligno tramite Vus di appena 1€/ton di FOU conferita al di fuori dell’ambito ATI3, quando il massimo che poteva essere richiesto per legge sono 3€/ton e Asja per quella stessa tonnellata mette a Budget una previsione di ricavo (peraltro pessimistica!) di 77€

  • Un canone di locazione, corrisposto da Asja ad ATI 3 per la totale disponibilità dei terreni sui quali sorgerà l’impianto, pari ad appena 37.500€/anno (che fanno 3.125€ al mese!);

  • L’onere della dismissione dell’impianto che, alla fine dei 20 anni della concessione, ricade integralmente su ATI3 senza alcuna compensazione da parte di Asja;

  • Un impianto di compostaggio a valle del processo di Biodigestione valutato “a corpo” € 9.695.676,00 che produrrà compost che verrà regalato (perché a detta di Asja e Vus non ha mercato) fronte a un costo di impianto per il biodigestore e gli impianti di “Upgrade” del Biogas a Biometano di “appena” € 8.936.980,00. Ossia, detto in altre parole, il 52% dell’investimento è per fare un prodotto che poi viene regalato mentre il restante 48% genera i ricavi!!

Potremmo continuare ad libitum con le tante sperequazioni e diseconomicità di questo progetto ma per ora ci fermiamo qui, limitandoci a ricordare che vogliono far passare l’idea che non esistano alternative valide a questo progetto:

  • che un impianto di compostaggio produce odori molesti ed è tecnologicamente antiquato (dimenticandosi che a valle del biodigestore ci sarà comunque un impianto di compostaggio);

  • che il pubblico non può avere risorse o competenze per gestire in house e con propri fondi la problematica della chiusura del ciclo (come se Contarina SpA fosse su Marte!);

  • che, come per magia, solo e unicamente con la costruzione dell’impianto gli atavici problemi della qualità della raccolta differenziata nel nostro comprensorio si risolveranno;

e che, infine, Rifiuti Zero è solo un sogno e bisogna confrontarsi con la realtà, la loro realtà-incubo fatta di incentivi su un mercato “dopato”, impianti “monstre” e tanti, tanti soldi per i soliti noti.

Maria Grazia Carbonari,
Portavoce M5S
Consiglio regionale Umbria