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Il nuovo Piano Sociale appena approvato è un atto fondamentale per tutti i cittadini umbri. La qualità della vita nella nostra Regione, da anni ormai sta decadendo progressivamente sotto molti aspetti: povertà, disoccupazione, servizi pubblici sempre più rari e scadenti e, di conseguenza, il rapporto tra i cittadini e le istituzioni.

Il sistema di Welfare in Umbria sta purtroppo sempre più acquisendo i tratti della “carità” con un divario sempre più ampio tra la crescente domanda e l’offerta sempre più limitata di servizi di assistenza a persone in disperato bisogno.

I soggetti maggiormente ascoltati dalla Regione sono i sindacati, le cooperative, le Onlus, le organizzazioni degli enti locali e gli altri rappresentanti del cosiddetto “sistema di rappresentanza sociale”. Questi enti nella maggior parte dei casi svolgono un importantissimo e apprezzabile ruolo per la comunità, ma hanno tuttavia un rapporto troppo forte di dipendenza economico finanziaria con la Regione, tale da non poter richiedere a volte e pretendere gli interventi, evitando di fare “la voce grossa” e limitando il proprio disappunto a sterili comunicati e interventi presso pubbliche audizioni.

Da anni, infatti, i rappresentanti del Terzo settore lamentano la mancanza di risorse, ma queste voci, forse perché troppo timidamente pronunciate, restano inascoltate dalla politica umbra ormai da molti anni.

Sicuramente la crisi economica, i vincoli imposti dall’Unione Europea e l’enorme debito pubblico creano forti pressioni sulle finanze pubbliche, ma quella del “non ci sono i soldi” appare anche una scusa, quando ad esempio il Governo stanzia in un giorno ben 20 miliardi di euro per coprire i disastri di gestione di Banca MPS o la Giunta Marini stanzia 7,5 milioni di euro per salvare i disastri del Consorzio TNS e acquista gli immobili di Monteluce per salvarla dal fallimento.

Va inoltre aggiunto che, purtroppo, alcuni scandali hanno inoltre mostrato sistemi di welfare regionale fondati su grandi cooperative e strutture non sono impermeabili a logiche clientelari, che vanno assolutamente prevenute.

Il nuovo Piano Sociale che abbiamo votato da qualche giorno è  purtroppo l’ennesima dichiarazione di intenti, generici e vuoti.

Si continua a negare la triste realtà. Il welfare in Umbria è povero, vecchio e privo di iniziative  adeguate ad aggiornarlo rispetto alle nuove esigenze sociali e demografiche, soprattutto se lo si pone a confronto con altre regioni italiane, pur compresse dagli stessi vincoli finanziari dell’Umbria. La Giunta Marini continua a tagliare drasticamente le risorse nei bilanci e pertanto temiamo che la situazione potrà solo peggiorare in questo modo.

Ancora una volta, abbiamo avanzato proposte concrete su vari comparti del “settore sociale”, soluzioni in alcuni casi già realizzate con successo da altre Regioni italiane.

Riguardo al sostegno al reddito dei nuclei in difficoltà è pressoché  inesistente, nonostante i cittadini umbri stanno diventando sempre più poveri. L’ISTAT ha infatti certificato che nell’ultimo anno la quota di persone a rischio povertà ed esclusione sociale è cresciuta nella nostra regione passando dal 21,9% al 28,5%, un aumento del 6,6% che è stato il più alto d’Italia e che rende l’Umbria la peggiore Regione del Centro-Nord.

Anche su questo, dalla Giunta vi è un silenzio assordante. I contributi che ricevono le famiglie  dai servizi sociali dei comuni non superano in media le poche centinaia di euro all’anno, mentre altrove, da anni si sperimenta o si attuano abitualmente misure di sostegno al reddito e microcredito sociale.

Nelle iniziative previste dal Nuovo Piano Sociale della regione Umbria  sembra affiori una nuova riformulazione di questo strumento (pag. 79), che speriamo più coerente e credibile delle soluzioni realizzate fino ad oggi, legate a valori Isee del richiedente, tali per cui poteva accedervi solo chi già poteva rivolgersi privatamente ad una banca. Pertanto uno strumento del tutto inutile per i bisognosi veri.

Si potrebbe prendere ispirazione, ad esempio, dalla Toscana che ha impostato il microcredito come un aiuto pensato proprio per chi ha difficoltà improvvise e, non avendo un reddito, può rivolgersi alle istituzioni pubbliche. Esso prevede la restituzione in 36 rate, non vengono chieste garanzie e si potrebbe restituire anche effettuando lavori socialmente utili .

Troviamo illogiche anche le scelte in tema di sostegno al reddito e inclusione delle famiglie vulnerabili,  azioni che prevedono contributi da erogare ai nuclei in difficoltà variabili dai 180 euro  (2 componenti) fino a 400 (per 5 componenti e oltre).

Si tratta sia di singole erogazioni troppo modeste, sia di fondi troppo limitati per la platea dei potenziali beneficiari. Già abbiamo detto abbastanza nei mesi scorsi sul ridicolo SIA, sostegno per l’inclusione attiva, termine altisonante che invece indica una elemosina di circa 3 euro al giorno.

L’impressione è che si tratti di semplici spot propagandistici senza alcuna vera utilità per chi ha veramente bisogno.

Anche in questo ambito avevamo avanzato proposte concrete come il “Reddito di cittadinanza”. Questo ovviamente non basta da solo, ma dovrebbe affiancarsi ad una più ampia opera di stimolo all’economia reale locale, quella in grado di creare vera occupazione.

Il lavoro deve essere libero da pressioni, lacci clientelari, eventuali favori politici e non sottoposto a ricatti alcun genere, purtroppo resi ancora più facili dagli strumenti di “flessibilità” creati dalle recenti “riforme” del lavoro. Anche in questo la politica, ad ogni livello di governo, deve vigilare per prevenire e reprimere tali condotte squallide, incompatibili con l’anima stessa della Costituzione repubblicana fondata sul Lavoro.

In Umbria la domanda di lavoro proviene quasi per la grande maggioranza dal settore pubblico e dal Terzo settore (molto vulnerabili ai recenti tagli della spesa pubblica) e troppo poco dall’imprenditoria locale, sempre più decimata dalla crisi.

Pertanto riteniamo che qualunque intervento in ambito sociale non può prescindere da un sostegno concreto dell’economia reale (soprattutto le piccole e medie imprese) da parte della Regione, incanalando le risorse a favore degli imprenditori che creano una occupazione stabile e di qualità.

Anche in questo ambito abbiamo presentato e continueremo a presentare proposte concrete, sperando che la maggioranza le valuti nel merito, invece di bocciarle a prescindere.

Strettamente connesi alle difficoltà reddituali dei nuclei sono le politiche abitative. In questo ambito, strettamente legato come causa e come effetto al tema della povertà delle famiglie, sempre più escluse da questo bene fondamentale.

Riteniamo la Regione debba fare molto di più, non soltanto destinando maggiori risorse alle politiche abitative (invece di tagliarle drasticamente dai bilanci come invece sta facendo), ma anche assicurandosi che i fondi vengano destinati prioritariamente alle persone veramente bisognose, prevenendo in ogni modo eventuali abusi con rigidi controlli preventivi e successivi. In questo senso sarebbe fondamentale un maggiore coordinamento con tutte le altre amministrazioni competenti.

Anche in questo ambito abbiamo avanzato numerose proposte alla Giunta, sempre cadute nel vuoto.

Riguardo al tema della “non autosufficienza” abbiamo purtroppo l’impressione che nel Piano sociale si prendano in considerazione solo in minima parte le reali necessità degli utenti. Soprattutto in questo campo, l’Umbria è purtroppo indietro anni luce rispetto ad altre Regioni, mantenendo un sistema ormai antiquato e inadeguato alle nuove esigenze della società.

Si dichiarano obbiettivi altisonanti e generici, in linea con i precetti posti da convenzioni internazionali, leggi e decreti nazionali, salvo poi svilire il tutto nella confusione e incertezza della concreta implementazione delle misure.

Ad esempio, si dichiara ormai da anni di voler consentire a persone disabili di tutte le età di vivere nella propria casa, ma poi non si forniscono gli strumenti adeguati per farlo, favorendo, al contrario, l’istituzionalizzazione.

Siamo totalmente contrari a tali scelte, che peraltro sono opposte a quelle di altre Regioni italiane, orientate verso la “de-istituzionalizzazione” a beneficio dei pazienti, delle loro famiglie e delle finanze pubbliche.

Non si tratta di imporre l’una o l’altra opzione, ma di dare una vera possibilità di scelta ai malati e le loro famiglie, fornendogli i mezzi concreti per optare per l’una o l’altra.

Tale istanza delle persone non-autosufficienti sembra ancora incompresa dalla politica umbra, nonostante alcune importanti manifestazioni quali il presidio in Consiglio Regionale dei malati di SLA del luglio 2011.

Perseguire, se non a parole, nei fatti, l’istituzionalizzazione, significa purtroppo alimentare una cultura dell’abbandono, disgregando le famiglie, tagliando i legami con il territorio e cancellando la memoria e l’identità delle persone.

Per queste ragioni chiediamo a gran voce di inserire nella legislazione regionale concreti interventi a favore dell’assistenza indiretta, quali l’assegno di sollievo.

Sarebbe necessario strutturare gli interventi in moduli diversificati, ad esempio prevedendo da un altro un “assegno di sollievo” alla famiglie per compensare e sostenere il lavoro di cura e dall’altro un “assegno badante/assistente” che andrebbe ad integrare tale dell’assegno di sollievo.

L’incentivo all’assunzione di una figura esterna al nucleo favorirà l’emersione del nero oltre che ad incentivare le opportunità di lavoro e migliorare l’assistenza, che di solito è esclusiva prerogativa di cooperative o altri enti terzi, che di solito determinano un inevitabile aumento dei costi, insostenibile per molte famiglie, costringendole così alla istituzionalizzazione dei familiari non-autosufficienti.

Se vogliamo veramente riportare al centro il disabile e la famiglia dobbiamo offrire invece la massima flessibilità di interventi e sostegni .

Le risorse del FNA (Fondo per la Non Autosufficienza) sono aggiuntive e possono finanziare eventuali servizi aggiuntivi a quelli già in essere. Per queste ragioni riteniamo non opportuno prevedere una incompatibilità tra la fruizione dell’assegno di sollievo con o senza assegno badante e la frequenza di un centro diurno o un laboratorio .

Le parole d’ordine devono essere “flessibilità” e “libertà di scegliere”.

Per quanto riguarda il tema delle “risorse”, va ricordato che il decreto di riparto del FNA (Fondo per la Non Autosufficienza) nel 2016 ha incrementato “il comparto” delle risorse regionali di circa 7 milioni di euro e nel 2017 questi saranno 8,5 milioni.

Se vogliamo ricordare alcuni esempi virtuosi che dimostrano l’efficacia di tale modello, basta ricordare che nel 2017 la regione Sardegna come è sua consuetudine anche nel 2017 stanzierà 150 milioni di euro per finanziare 40.000 piani personalizzati che offrono assoluta libertà di scelta, il programma “Ritornare a casa”, che ha l’obiettivo di realizzare la de-istituzionalizzazione.

Se vogliamo valutare una regione a statuto ordinario, la Toscana erogherà quasi 10 milioni di euro per finanziare migliaia di progetti per la vita indipendente.

Peraltro, come ha ricordato la recente sentenza della Corte costituzionale n. 275 del 2016, “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

Dobbiamo superare l’idea che l’assistenza sia una forma di carità,  perché stiamo parlando di diritti. C’è il diritto del disabile a scegliere il luogo dove vivere, la persona che lo assiste e le modalità di cura, garantendo al contempo ai familiari caregiver la possibilità di occuparsi dei loro cari.

Questa Giunta ha dimostrato, come del resto il Governo nazionale, di poter trovare risorse in un lampo per i salvataggi di società e consorzi in dissesto e per coprire gravi errori del passato. Quindi siamo certi che, se ci sarà la volontà, esistono gli strumenti, anche finanziari, per garantire tutto ciò.

La libertà di scelta in tema di sostegno alla non autosufficienza  è un aspetto fondamentale della tutela dei diritti umani, imprescindibile per realizzare un vero percorso di civiltà e tutele a vantaggio dei più deboli.

  • gunter

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