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E così, dopo le disperanti cronache ambientali degli ultimi 24 mesi in Umbria, l’Assemblea Legislativa ha potuto infine conoscere solo qualche giorno fa il rapporto della Giunta diretta da Catiuscia Marini, relativo all’attuazione del Piano rifiuti -approvato però da Palazzo Cesaroni quasi dieci anni prima, nel 2009!

Un rapporto che presenta alcuni record negativi:

1) arriva in Commissione con un ritardo di ben otto anni (!) rispetto alle previsioni di legge;

2) non è mai stato illustrato nemmeno in precedenza, quando la legge medesima imponeva di farlo ogni anno;

3) tratta di un Piano rifiuti normativamente scaduto parimenti da un lustro, oltre a essersi già rivelato ampiamente permeabile al partito degli affari, concettualmente arrugginito, largamente inattuato, faticosamente aggiornato ogni qual volta con delibere di Giunta e determine dirigenziali, mettendo pezze su pezze a un tessuto liso, scavalcando il Consiglio.

Ancorché il predetto Piano rifiuti sia più che ammuffito, poche ore fa l’assessore regionale al ramo, Fernanda Cecchini, nel corso di un’audizione tenuta in Commissione, ha sostenuto che non ce ne sarà uno nuovo, fin quando altri -l’AURI– non provvederanno per le proprie competenze.

Non vi è nemmeno traccia di una qualche bozza preliminare di nuovo Piano rifiuti. Una taccagneria normativa che rischia di fare il paio con la mala gestio che conosciamo.

Il cerino quindi finisce in mano alla nuova Autorità unica –AURI- che, con il proprio Piano d’Ambito, dovrebbe dare attuazione a siffatta, obsoleta programmazione regionale sui rifiuti.

Peccato che, allo stesso modo, l’AURI, conformemente a quanto dichiarato in Commissione dai suoi dirigenti tecnici:

1) è in ritardo anch’essa di quasi cinque anni sulla tabella di marcia, essendosi insediata soltanto nel 2017, anziché nel 2013;

2) non produrrà il Piano d’Ambito prima della fine del 2018;

3) riuscirà –forse- a deliberare un Piano preliminare, con linee di indirizzo non cogenti, entro fine 2017. Ma come davvero potrà, se il confronto con gli stakeholder non è ancora iniziato? E quando mai saranno finalmente convocati e sistematicamente ascoltati associazioni, comitati e cittadini da decenni in trincea per una reale affermazione delle buone pratiche?

Stando all’audizione di poche ore fa, le domande sono molte e restano ancora prive di risposta: si può delineare il futuro, gravati da assordanti silenzi?

Se è vero che, con l’AURI, la Regione puntava al gestore unico dei rifiuti, perché le Giunte Marini I e II hanno consentito -e consente ancora- di bandire gare su ambiti territoriali ristretti, gare comunque di valore miliardario e ultradecennali, con una gestione che, anche oltre il 2030 (!), risulterà pertanto frazionata tra diversi soggetti privati?

Perché i medesimi gestori, pur rivelatisi finora reiteratamente carenti nell’espletamento del contratto di servizio, non sono mai stati oggetto di ricontrattualizzazioni o, ancor meglio, di rapide espunzioni e doverose uscite di scena, con richiesta di risarcimento danni? 

E, soprattutto, come mai quelle gare, pur così lucrose, sono state partecipate sempre e soltanto da un unico soggetto alla volta, infine vinte con risibili sconti sotto l’1%?

Come potranno mai scendere i costi per famiglie e imprese, come potrà mai aumentare la concorrenza tra gestori, come potrà mai crescere la qualità del servizio nel segno della sostenibilità, se le procedure di gara vengono dirette con simile noncuranza, mentre gli extracosti esplodono, mentre la tariffa puntuale arriverà forse in due soli Comuni nel 2019, mentre si parla ancora di produzione di CSS a Ponte Rio, mentre le discariche sono già piene all’inverosimile?

Perché la Regione Umbria non ha vigilato su gestori che “non fanno investimenti da 20 anni” (cit. ass. Fernanda Cecchini), con impianti di compostaggio da rottamare, con un indifferenziato ampiamente contaminato e, più generalmente, un modestissimo recupero di materia?

In questo festival di lentezza & opacità, finiscono dunque nei nostri famigerati immondezzai ben il 54% dei rifiuti raccolti, a fronte di una differenziata che aumenta solo sulla carta, essendo, appunto, di scarsa qualità. Gli obiettivi europei 2030 –interramento controllato del 5% degli scarti- restano lontanissimi: la privatizzazione del servizio rifiuti, gioia delle ecomafie, si è tradotto in un autentico e costosissimo fiasco. Che tuttora perdura: anche questa è la politica-spazzatura della Regione Umbria