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Terni-Narni, serve una pianificazione oltre gli interessi.

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piattaforma logistica terni narni
Si dice spesso che la Regione sia un ente di pianificazione territoriale: ma davvero? E dove accadrebbe questo? Non certo tra Terni e Narni.
Come mai, diversamente da altre filiere di Terni (si pensi al chimico), dopo 50 anni di Regione il polo dell’acciaio è, infatti, tuttora lasciato nell’iperfrazionamento territoriale, disseminato ovunque, in un disordine urbanistico, logistico, gestionale e funzionale?
Al di là della sempre più difficoltosa coabitazione tra industria pesante e città, con AST, SDF, etc., da sempre in Viale Brin, ognuno può osservare come la filiera sia stata lasciata spargere in lungo e in largo, tra l’area di Maratta, con Tubificio, Faurecia, TCT, etc.; a Sabbione, con il Centro Servizi Inox; ancora a Maratta, Comune di Narni, con le montagne di rottami nella ILFER; e a seguire altro.
Una diversificazione produttiva che è certo ricchezza, ma anche una frammentazione senza senso, priva della benché minima pianificazione territoriale a monte.
Del resto, da decenni, la politica regionale ha rinunciato a occuparsi del tema, accampando l’impossibilità di convincere piccoli e grandi privati a rinunciare a parte delle loro ambizioni e del loro legittimo lucro, pure immobiliare, a vantaggio dell’interesse generale.
I motivi di tanto caos sono ovviamente altri: talvolta è stata sicuramente la mancanza di cultura e di coraggio degli eletti; talaltra, la triste predisposizione di alcuni nell’accettare certi generosi finanziamenti elettorali o qualche assunzione clientelare.
Il risultato è un non-sense territoriale di lunga data, con Terni che ha pure subito il fatto che una stessa filiera, anziché localizzata in unico sito, circondasse la città, con un fiorire di zone a destinazione industriale, peraltro con un inutile consumo di suolo. Certo è che frattanto, per qualcuno, mantenere lo status quo paga -e paga bene.
Il disinteresse cinquantennale della Regione Umbria nei confronti di alcune macroaree è evidente, con interi brani di territorio ormai alla deriva. Volendo restare soltanto tra Terni e Narni, basti pensare a due zone oggi totalmente svuotate di significato: il Compendio BOSCO, nella disponibilità della Regione Umbria attraverso il fallimentare Consorzio TNS, Sviluppumbria e seguenti. La ex Bosco è un gigantesco immobile industriale di grande pregio, da 15 anni rifunzionalizzato con una spesa ingente, dotato di collegamento ferroviario e, tuttavia, ampiamente inutilizzato, così come la vicina piastra logistica, abbandonata da tempo, dopo l’ennesima inaugurazione un lustro fa.
Eppure sarebbe proprio qui che, ad esempio, si potrebbero anzitutto concentrare tutte le necessità di approvvigionamento di AST-TK, nonché dell’intera filiera, accogliendovi merci e materiali, e poi, di lì, via treno, dentro gli stabilimenti -fin quando ne si accetterà la compatibilità con la città, s’intende.
Questo disastro programmatorio, peraltro, comporta enormi esternalità negative anche a livello energetico, così come una lunga teoria di camion ovunque: la città storica di Terni, già sotto scacco culturale, economico e ambientale della fu grande industria, è così contornata in ogni dove di aree produttive cresciute senza un’efficace pianificazione a monte, senza una visione di sistema e senza incisivi controlli in seguito, talora perfino in zone esondabili.
Occorre pertanto procedere con urgenza a una innovativa programmazione territoriale, identificando interessi particolari ostativi al cambiamento, analizzando i fenomeni da tempo in corso, individuando infine i luoghi più adeguati tra Terni e Narni ove concentrare e delocalizzare tali opifici, incluse le rilevantissime necessità della logistica loro connessa. Un fatto che genererebbe subito centinaia di posti di lavoro, alzando la qualità della vita di residenti e lavoratori.
Spazi a tal fine non mancano certo; il coraggio di cambiare, di migliorarsi, invece, è decisamente latitante in loco. E si vede